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Presidente: non ci offenda.

di Società Futura (23/07/2009 - 23:02)


Scrivo questa nota a titolo personale perchè sono riflessioni che non scaturiscono da un dibattito all’interno di Società Futura, ma sono pensieri in libertà. Spero che in molti commentino (magari mandandomi anche a stendere) questo post.
 
Giorgio Napolitano, come dirigente del Pci, non è mai stato amato dai suoi compagni, se non nell’area migliorista, quella che “guardava con attenzione” al Psi di Craxi, il politico miglior amico dell’imprenditore Silvio Berlusconi.
Come ex compagno di partito di Napolitano me lo ricordo come una delle migliori mediocrità del Pci, tanto che non ha mai raggiunto l’obiettivo di diventarne il segretario. Prima Berlinguer e poi Natta, infatti, ricoprirono al posto suo la carica a cui sembrava destinato.
Poi le scelte sciagurate di un mediocre gruppo dirigente distrussero il più grande partito di opposizione italiano, aprendo grandi spazi agli uomini di seconda e terza linea di quell’organizzazione.
Il suo lavoro? Deputato al Parlamento italiano dal 1953 fino al 1996, poi europarlamentare, dal 2005 senatore a vita e oggi Presidente della Repubblica. Insomma 56 anni al servizio di se stesso, come la maggior parte dei politici nostrani.
Di lui ci ricordiamo le conferenze in Europa e negli Stati Uniti, l’incarico di responsabile di organizzazione del Pci e, successivamente, la responsabilità della commissione per la politica estera e le relazioni internazionali del Pci, oltre ai rapporti molti amichevoli ed intensi con Giulio Andreotti. Ci ricordiamo che nel 1992, ai tempi di Tangentopoli, eletto Presidente della Camera, non fu tenerissimo con la Magistratura che continuava ad inquisire i Parlamentari della Repubblica. Nel 1998, addirittura, gli ambienti della sinistra ne chiesero le dimissioni da Ministro degli Interni per la fuga di Licio Gelli all’estero. Non stiamo parlando, quindi, di un grande statista, ma di politico di professione come tanti altri, ma che è invecchiato in Parlamento.
Siamo in Italia, infatti, dove si raggiungono grandi traguardi istituzionali e professionali non grazie al merito, ma in virtù della propria mediocrità, oppure per l’organicità al sistema di potere, o peggio per l’avanzata età anagrafica oppure per la “anzianità di servizio”. Queste caratteristiche annullano ogni precedente negativo, ma anche i demeriti professionali o politici delle persone. Proprio per questo motivo, quindi, un uomo di 83 anni suonati, che ha vissuto l’intera sua vita come politico di mestiere, è stato scelto dalla casta per ricoprire un ruolo per il quale, mi sembra, non abbia assolutamente le caratteristiche, nonostante l’età che, senza donargli saggezza, gli ha ulteriormente abbassato il livello di coraggio istituzionale.
Giorgio Napolitano è ciò che è sempre stato: un onesto e colto funzionario di partito, un politico prudente, politicamente quasi pavido. Non è un uomo da scelte nette e coraggiose, soprattutto se giocate contro un sistema (quello dei partiti) che è la sua vita ed al quale è organico, pur nella sua onestà. Tanto per chiarire la situazione, Sandro Pertini sin da giovane era già pronto ad essere un ottimo Presidente della Repubblica (come è stato), perchè coraggioso ed indipendente a trent’anni come a ottantadue. La sua cultura politica era quella di un uomo al servizio del Paese e dei suoi cittadini, quindi svincolato dal sistema di potere e dalla ritualità delle regole, spesso usate come scudo e giustificazione.
Questa, quindi, è la chiave di lettura del comportamente di Napolitano sulle questioni relative alla controfirma del ddl sicurezza e del Lodo Alfano, oltre alla mancanza di iniziative dopo la cena tra Berlusconi e due giudici costituzionali.
Anche questa volta DiPietro “ci ha azzeccato” (mi permetto di rubargli la battuta) criticando pesantemente il Presidente della repubblica per il comportamento inefficace e pericoloso (per la democrazia) che ha tenuto in questi giorni e nei mesi passati.
I contenuti della “cordiale letterina di richiamo” inviata al Governo, con la quale il Presidente della Repubblica sottolineava i suoi dubbi sul Decreto appena firmato, avrebbero dovuto essere i motivi per rinviare alle Camere il provvedimento, come previsto dalla Costituzione, per chiedere una nuova deliberazione, evitando problemi di incostituzionalità e di forzatura della legge. Invece il vecchio funzionario di partito ha tenuto fede al proprio carattere di pavido uomo di apparato, forzando coscienza personale e regole costituzionali e barricandosi dietro alla mancanza di poteri. Celebri ormai le sue discutibili frasi: “Sono stati invocati poteri e doveri che non ho - Chi mi critica non conosce la Costituzione”. Forse la chiave di lettura del napolitano pensiero sta proprio in un estratto di queste frasi: doveri che non ho. Ma non può essere così per un vero Presidente della Repubblica. I doveri che lui non si sente addosso, infatti, sono reali e numerosi: difesa della democrazia, della legalità e della Costituzione, difesa dei diritti, difesa della autonomia dei poteri dello Stato. Concetti troppo difficili per un pensionato di lusso di 84 anni, ma basilari per un Paese ormai ammalato di dittatura.
Sulla vicenda dei giudici costituzionali, poi, cosa dire? Forse l’età ha fatto dimenticare a Napolitano di essere il Presidente del CSM? Oppure anche in questo caso Napolitano non sente su di sè doveri che non ha?
Sono domande poste ironicamente, ma fondamentali per capire se il nostro Presidente ricopre come deve il proprio ruolo. Sono domande che, se ben pesate, dovrebbero suggerigli l’unico percorso istituzionalmente e politicamente serio: le dimissioni dalla carica di Presidente della Repubblica.
Non ci si deve vergognare a chiedere anche a gran voce le dimissioni di questo inefficace Presidente, continuatore di uno stile dimesso e privo di ruolo già iniziato dal banchiere Ciampi. Attaccare le scelte di Napolitano, infatti, non significa attaccare e destabilizzare le istituzioni, confondendo l’inquilino con la carica (come fanno in modo assai interessato il centro destra ed il Partito Democratico), ma soltanto affermare che un attempato e distratto pensionato di ottantaquattro anni non è in grado di esercitare, al di sopra delle parti, una funzione di difesa e di garanzia delle istituzioni.
In questo scenario, poi, si inseriscono, ancora con grande inadeguatezza, il partito Democratico e l’UDC, che invece di affiancarsi al partito di Di Pietro, si lanciano in una assurda e ridicola difesa del distratto vecchietto e della casta.
Ridicole le affermazioni dei capigruppo di Camera e Senato e dello stesso Franceschini (http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/politica/napolitano-2/lettera-dipietro/lettera-dipietro.html). Fuori dal mondo, invece, quelle dell’UDC, partito con un altissimo numero di esponenti e parlamentari inquisiti o condannati per reati gravissimi, fra i quali anche reati di stampo mafioso.
Se per Casini ed i suoi si tratta, difendendo Napolitano, di scendere in campo soprattutto per se stessi, non si riesce a capire la posizione del maggior partito di opposizione. Ma come noi non la capiscono neppure i suoi elettori che, ormai disillusi e delusi, stanno confermando, elezione dopo elezione, la fiducia proprio a Italia dei Valori.
La parte sana del Paese è stanca di questo teatrino e non lo tollera più. Sappiamo benissimo che l’alternanza non è alternativa e se la sinistra, correndo dietro alla PdL, continuerà a considerare la critica come un delitto di lesa maestà, presto non basterà più esibire “grandi vecchi della politica” e toni pacati per ottenere croci sulle schede elettorali. Ma chi è causa del suo mal pianga se stesso. In ogni caso nessuno di noi piangerà per loro.
Dario Roasio
 
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Tag: napolitano,dipietro,ddl,costituzione,pd

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